Percorrendo in auto la periferia sud di Pachino avverto sempre un vivo interesse per i suoi dintorni che nel bagliore della luce estiva mostrano, confuso tra gli ulivi, il profilo inconfondibile della torre antica, memoria tangibile di un’epoca scomparsa e pagina di storia del nostro territorio. Quest’opera di difesa infatti era parte integrante del castro sito nel feudo Scibini che era stato riattivato nell’anno 1493 con rescritto di Ferdinando II di Trastamara re d’Aragona, di Sardegna e di Siciliadove regnava dal Marzo del 1474 come re di Trinacria. Egli, fedele consorte della regina Isabella di Castiglia y Leòn, appena un anno prima con la resa dei “moriscos” di Granata al comandante Gonzalo Fernàndez de Còrdoba, era riuscito a cancellare definitivamente l’ultima presenza musulmana in terra di Spagna. Inoltre i sovrani spagnoli, cattolici di chiara fama, dopo aver unificato la nazione, avevano espulso brutalmente tutti gli ebrei non convertiti al cristianesimo anche dalla Sicilia, nonché reso finalmente attuabile al famoso navigatore Colombo la sua ardua impresa.

Ferdinando D'Aragona

Ferdinando D'Aragona

In quel fine secolo, ricco di avvenimenti importanti che stavano cambiando rapidamente il corso della storia del mondo occidentale già in piena epoca moderna, il nostro estremo Sud al contrario, oppresso da un immobilismo assoluto restava tagliato fuori da qualsiasi forma di progresso civile. La società rurale dal canto suo, del tutto analfabeta e superstiziosa, risentiva in maniera rilevante dell’obsoleta cultura araba servile ancora presente nella nostra isola e restava comunque in potere della classe nobiliare conservatrice. Inoltre, nel nostro territorio semiselvaggio le condizioni di sicurezza si presentavano davvero precarie, privo com’era di vere strade carrozzabili (stradoni) che ne rendevano difficili e ardimentosi i collegamenti con i lontani centri abitati meglio organizzati militarmente. Per cui ogni contrada scarsamente difesa, era alla mercé del locale brigantaggio rusticano. Tanto è vero che gruppi di malviventi (robbaladri) e fuorgiudicati d’ogni risma di disparata provenienza, armati alla meno peggio, se ne stavano alla macchia nei boschi ricchi di stinchi, betulle ed altra vegetazione primitiva, pronti a spostarsi rapidamente in sella per andare a depredare le già povere masserizie dei villani che vivevano coltivando piccoli appezzamenti di terra (lenze) avuti in concessione da signore fondiario.

Torre Scibini – Veduta dal retro

Torre Scibini – Veduta dal retro

Questo opprimente fenomeno criminoso ben radicato com’era all’interno dello stesso antiquato ed alquanto ingiusto sistema feudale, peraltro diffuso in tutto il meridione d’Italia ed oltre, toccava in questa estrema frontiera livelli intollerabili. A risentire quindi di questo stato precario di cose era in definitiva il proprietario stesso del feudo (feudum), ossia il barone che non riusciva più a proteggere le varie attività agricole e artigianali delle sue terre, tantomeno a garantire la incolumità della sua eterogenea collettività contadina. Essa era composta in larga parte da umili famiglie numerose di coloni, mezzadri, servi, artigiani e via dicendo che, sotto il controllo di campieri violenti e senza scrupoli venivano utilizzati nel duro lavoro del contado, faticando dall’alba al tramonto per l’intera annata e vivendo solitamente in scomode dimore fatiscenti o nei classici pagliai accanto ai propri animali da lavoro. Tutta gente in balia di ogni sorta di pregiudizi, sfruttata duramente e vessata con censi in natura, gabelle e talvolta in gravose corvè, sempre scontenta per la vita piuttosto grama a cui era sottoposta che di per sé la rendeva incline alla ribellione.

Torre Scibini – Lato Nord

Torre Scibini – Lato Nord

Il nobile possidente, padrone e domine naturalmente nel suo contesto, era molto temuto e rispettato da tutti quelli che dipendevano dalla sua saccoccia. Talvolta in via eccezionale gli veniva concesso dall’Autorità Regia con acquisto in denaro, pure il privilegio di ”mero e misto imperio” per cui era considerato praticamente come un vero e proprio ”deus ex machina” a cui tutto era dovuto. In quel caso per i poveri sudditi era un duro colpo considerando che l’esercizio della giurisdizione civile e criminale veniva esercitata in modo compiacente e senza limite alcuno. Di conseguenza, l’attuale situazione rovinosa venutasi a creare nel promontorio di Pachino era diventata per il feudatario del tutto inaccettabile perché vedeva le sue terre depredate diventare sempre più povere e insicure. Considerando poi che il castello dove egli aveva la residenza rimaneva molto lontano dal raggio d’azione della malavita, ogni suo tentativo di contrasto armato organizzato ”ad hoc” risultava quasi sempre intempestivo e di scarsa efficacia; anche se di tanto in tanto qualche brigante veniva catturato e subito impiccato (impiso) senza appello sul posto. Per questo motivo il feudatario veniva a trovarsi del tutto impotente dinanzi alle gravi evenienze ricorrenti, tanto da dover provvedere con mezzi propri alla difesa armata permanente dei suoi fondi coltivati soprattutto nei luoghi più pericolosi e lontani.

“Dammuso” (particolare)

“Dammuso” (particolare)

Per l’appunto, a questo estremo intervento dovette ricorrere il conte Antonio De Xurtino figlio di Gugliemo e gran scudiero del re, residente nella baronia del castello di Palazzolo Acreide, cittadina sud-orientale della Sicilia governata a quel tempo dal barone D.Andrea Alagòn. Infatti, divenuto proprietario alla morte del padre della baronia di Scibini e Bimisca, due grandi feudi dei quali non prese investitura reale perché già beni di possesso, il nobiluomo per prima cosa ne volle proteggere il normale sviluppo con forte determinazione perché, molto preoccupato, ardeva dalla voglia di fare giustizia delle malefatte a cui venivano sottoposti i suoi vassalli nella zona del promontorio di Pachino, particolarmente travagliata. A conferma di ciò ne è prova inconfutabile l’epigrafe del bando (bannu) reale scolpita sulla lapide di pietra in lingua medio -latina e fatta murare dal conte a costante monito, in alto allo stemma nobiliare sulla facciata principale della torre antica: testimonianza autentica di tutto rispetto considerando la scarsa documentazione storica del nostro territorio nel lungo periodo medioevale. Per porre rimedio infatti alle gravi sventure e salvaguardare il suo possedimento dalla rovina, il conte Antonio De Xurtino ricorse alla costruzione di un piccolo castro ben fortificato in un posto strategico del feudo di Scibini, dove la posizione elevata poteva ben facilitare il controllo di quasi tutto il territorio interessato.

Contrafforte – muro di cinta

Contrafforte – muro di cinta.

L’opera venne certamente realizzata e mantenuta con finanziamenti propri, su licenza come già menzionato, della Reale Corte spagnola tramite il viceré protempore D. Ferdinando de Acuňa, risiedente temporaneamente a Catania ospite del castello Ursino. Questa importantissima iniziativa servì altresì al conte Antonio a scoraggiare tra l’altro decisamente proprio tutti quei villanzoni alquanto inquieti,dal provocare questioni indisponenti nelle campagne, in seno alla stessa comunità villica, esortandoli con fermezza ad andarsene in giro pacatamente. Con questa strategia egli si proponeva di riprendere il pieno controllo del feudo di Scibini, al momento in piena anarchia dilagante, per ristabilirvi l’ordine e la propria autorità feudale fortemente compromessi. Situazioni analoghe avvenivano peraltro in diverse zone del regno di Sicilia nel corso della seconda metà del XV secolo: da ritenersi veri atti precorritori di quella che alcuni secoli più tardi, col dipanarsi della storia, sarebbe poi diventata “maffia”.

Porta Caditoia (particolare)

Porta Caditoia (particolare)

Per cui il castro, ubicato su di un poggio a poche miglia dal mare e vicino ad un’ antica condotta d’acqua artificiale sotterranea risalente al periodo arabo in parte visibile, venne presto realizzato su un’estensione di circa 1000 mq proprio dove esisteva già un’antica fortificazione semi-diroccata da tempo da cui il luogo prendeva nome (shibet = in arabo castello) e confacente alla necessità del momento. Venne ben munito di un muro di cinta a pianta rettangolare, alto oltre 3 metri dove vennero attivati internamente tutti i servizi necessari. La porta di accesso venne posta nel settore di levante lungo circa 35 metri, puntonato agli spigoli da robusti contrafforti scarpati mentre al centro della corte venne ricostruita una valida torre di difesa. Questa struttura giacente da secoli in abbandono, fu eretta di nuovo ben oltre 13 metri dal suolo e sviluppata su 2 livelli disuguali, inglobando la sua base quadrata larga 108,16 mq raddoppiandone pertanto lo spessore dei muri perimetrali mentre le pareti interne vennero rivestite fino al soffitto di piccoli blocchi irregolari d’arenaria dolce, fatti prelevare dai ”fabricatores” dalla cava ”pirrera” di contrada Lettiera “littera” di proprietà dello stesso conte, non molto distante da Marzamemi, allora laboriosa borgata di pescatori.

Interno Dammuso – Feritoia di Levante

Interno Dammuso – Feritoia di Levante

Il prospetto a scarpa presentava nella parete principale e nel retro 2 grandi feritoie decentrate e perfettamente raffrontate, rialzate abbastanza dal suolo ed ampie circa 1m x 0,25m mentre verticalmente erano sbarrate da un piolo centrale in ferro battuto, attraverso le quali si aerava e illuminava il dammuso interno per tutto il giorno. Apposto all’estremità della parete sud e distaccato da terra,un finto contrafforte esterno si alzava perpendicolare per 2 metri fino all’altezza della base venendo a creare in alto un minuscolo poggiolo rettangolare con un’area praticabile di 1,62mq utilizzato all’occorrenza come osservatorio oltre il muro di cinta. Nella parte superiore della torre ricostruita interamente in muratura ad intonaco, si apriva sulla facciata principale di levante un’angusta porta caditoia decentrata alta 1,90m e larga appena 0,80m certamente ferrata com’era in uso a quei tempi, alla quale si poteva arrivare da terra soltanto con una lunga scala rimovibile ,tenendo presente che tutta la fabbrica era sprovvista di scala fissa; quello peraltro sembra essere il solo ingresso che immettesse nell’ampia stanza.

Dammuso – Botola d’ingresso

Dammuso – Botola d’ingresso

Esso veniva sbarrato dall’interno da 2 traversine parallele poco distanziate e molto robuste in legno sagomato, che venivano fatti scorrere da sinistra in avanti attraverso annesse scanalature ricavate nella parete adiacente spessa 0,70m fino ad inserirsi saldamente nel lato opposto del portale in appositi buchi murali. Inoltre, 2 modesti spioncini s’aprivano a media altezza vicino agli stipiti della porta dove, in asse con l’arco ogivale, pur trascorsi 5 lunghi secoli si riesce ancora a distinguere la classica sigla” b d” dell’architetto e maestro d’opera Baccio D’Agnolo (?) fiorentino vissuto tra la seconda parte del Quattrocento e la prima parte del Cinquecento, che allora rimaneggiò l’intera fabbrica. Nel lato destro guardando la parete Nord, s’apriva in alzato dal pavimento del piano superiore un’altra feritoia simile a quelle del dammuso sottostante che dava anch’essa luce a tutto l’ambiente senza volere escludere naturalmente l’ipotesi che ve ne fosse qualcun’altra nelle 2 restanti pareti di Sud-Ovest crollate purtroppo interamente al suolo. Completava l’opera parietale una piccola finestra preesistente a sesto ribassato posta in alto sul lato sinistro del prospetto principale, proprio sotto il balconcino sorretto da mensoloni a livello del lastrico solare guarnito di parapetto con merlature dove sventolava di solito il vessillo di casata del feudatario.

Il Pirata Dragut

Il Pirata Dragut

Essa era stata murata per evidenti motivi tecnici nel rifacimento del tetto contrapponendovi uno dei pilastri angolari che sorreggevano gli archi della volta a crociera: l’unico rimasto fortunosamente ancora in piedi, formato da blocchi squadrati d’arenaria che l’avevano così del tutto ostruita. All’interno della torre i 2 piani presentavano differenze ambientali molto nette essendo adibiti a funzioni diverse. Il pianoterra composto di un unico locale privo di una entrata esterna per motivi di sicurezza, era alto al centro 4m circa dal suolo con una superficie di 26,83 mq. Vi si poteva accedere solo dal piano superiore attraverso una botola rettangolare larga 1×0,90m ricavata nell’angolo Sud-Ovest del pavimento da dove si scendeva dalla volta ”a schifo” mediante una scala di legno. Questo modesto dammuso veniva utilizzato solitamente come normale deposito salmerie o come probabile gattabuia temporanea visto le pareti ruvide e privo di una qualsiasi pavimentazione. L’ambiente sovrastante invece, composto anch’esso di un’ampia camera alta 8 m circa e con una superficie di 34,10mq di certo più accogliente, doveva servire d’ alloggio attrezzato per il milite del castro e naturalmente per gli armigeri del corpo di guardia.

Muro di cinta – lato Nord

Muro di cinta – lato Nord

Esso era formato da un numero adeguato di servienti e cavallari forniti anche di armi da fuoco, i quali assoldati dal conte Antonio probabilmente in loco, avevano il compito specifico di sorvegliare i luoghi circostanti per dare sicurezza a tutti i villici che vivevano nel contado. Anzi, dall’alto della torre essi erano in grado di scrutare in lontananza fin oltre la paludosa marina di Morghella (muriella) utilizzata per l’estrazione del sale, un bene all’epoca moto prezioso e se necessario, intervenire rapidamente anche sulle alture vicine onde potere in qualche modo contrastare con la forza eventuali atti delittuosi. Purtroppo non ci sono notizie a riguardo per conoscere fino a che punto questa importante struttura fortificata, unica difesa esistente della proprietà terriera in zona, fosse in grado veramente di difendere il feudo di Scibini assicurando a tutta la comunità rurale la protezione necessaria ed un rifugio sicuro. Successivamente,gli avvenimenti cruenti che interessarono le nostre coste,portarono l’imperatore Carlo V d’Asburgo a formare piani di difesa costiera sempre più potenti e significativi nell’isola di Sicilia, per contrastare con maggiore efficacia i violenti saccheggi ed i rapimenti di persone che venivano perpetrati con una certa periodicità anche da crudeli masnade di corsari saraceni, veri e propri briganti del mare al servizio dell’impero ottomano, divenuti sempre più pericolosi. Infatti spesso e volentieri, celeri vascelli provenienti dal vicino arcipelago maltese e dal Nord-Africa, sventolando sull’albero maestro il vessillo colla mezzaluna bianca, spargevano terrore incrociando minacciosamente nel bel ”mare nostrum”, con rapide scorribande sui nostri litorali e sollevando negli abitanti dei casali al loro apparire il grido di allarme famoso “mamma li turchi..” specialmente dopo la distruzione della vicina torre d’ispezione esistente da tempo sull’estrema punta di terra di Capo Passero, poi divenuta isola per l’erosione marina. Ciò avveniva nell’anno 1525 per mano degli spietati corsari saraceni guidati dai fratelli Khairad-din detto il barbarossa e Turghud’Alì Rais Bassà noto come Dragut viceré di Algeri. E’ accertato comunque che fino al 1540 il feudo di Scibini era di proprietà del figlio del conte Antonio, ossia il barone Guglielmo de Xurtino giurato in Siracusa.

In seguito, col passare inesorabile del tempo ed il mutare dei padroni, il feudo di Scibini andò trasformandosi sempre più, raggiungendo un certo ordine e stabilità nella sua conduzione per cui il castro, perduta la sua originaria importanza difensiva, venne abbandonato al suo destino. Ma ancora una volta la torre antica nonostante i gravissimi eventi verificatosi nel corso dei secoli ed il lungo periodo di tempo trascorso nel degrado più assoluto è riuscita, come un vero e proprio ”mastio” a restare in piedi fino ai tempi nostri. Di gravi danni la fabbrica ne ha subiti tanti nello storico, sia dai movimenti tellurici (vedi il gravissimo terremoto dell’11 Gennaio 1693 col famoso detto: ”a vintin’ura tutti sutta li tumpuna”), quanto al vandalismo degli uomini, dopo la fondazione della nuova terra (Universitas) di Pachino ad opera dei due nobili fratelli Starrabba Calafato di Piazza Armerina, venendo utilizzata malamente come ricovero di fortuna dai contadini del luogo. Oltre ad essa oggi, del vecchio castro restano in piedi una piccola parte del muro di levante con annesso contrafforte e i 2 tratti angolari dei muri cinziari di Nord-Ovest dove nella parte interna vi si appoggiano affiancate 2 piccole scuderie con i tetti lignei inesistenti che ne completavano l’impianto originario.

La Torre Scibini prima del restauro

La Torre Scibini prima del restauro

Infine c’è da ricordare con grande disappunto che di tutto quel poco che ancora rimane in piedi di questo complesso archeologico medioevale,solo la torre antica ha acquisito un alto valore simbolico, per cui diversi anni fa è stata messa in piena sicurezza dalla Sovrintendenza. Ovviamente non n’è stato modificato l’aspetto ma si è voluto soltanto porre rimedio alle ingiurie del tempo mentre intorno, il resto si mostra ancora nel più vile squallore.

Stemma della Torre Scibini

Stemma della Torre Scibini

 

EPIGRAFE

COMESПAVIDUSCOMESSMSVVSEMESVSVLCIS
EOAVVERSVZAMIERAПTORIREMEDIAT
EMETOMNEMHOMINEMESПERTUMARMIS
QUARESVRGANTSINE RVINAHVMISVE

NEMOSIRVLLVSJREПERCAMPOSRESGHIGNAT
MONETSESVMMISSEMOVEANT-QUENAM
ESTRVCTVMESTHOCCASTRVM
MCCCCLXXXXIII r SM R

TRADUZIONE

IL CONTE ANGOSCIATO,GRAN SCUDIERO DI
SUA MAESTA’,ROSO DALLA SUA VOGLIA DI
GIUSTIZIA, PER RIMEDIARE ALLE SVENTURE
AI MALANNI ED AI RAPIMENTI, ASSOLDA OGNI
UOMO PRATICO D’ARMI IN MODO DA SVILUPPARSI
SENZA DANNI LE SUE TERRE.

NESSUN VILLANZONE GENERI LITIGI NELLE
CAMPAGNE, ESORTA A MUOVERSI PACATA
MENTE – PER L’APPUNTO INFATTI E’ STATO
ERETTO QUESTO CASTRO.
MILLEQUATTROCENTONOVANTATRE

firmato SUA MAESTA’ IL RE

Epigrafe

Epigrafe

NOTE DI TRADUZIONE

svv………….sta per SUO
vlcis…………….. VLCISCI
avversv……….. ADVERSO
espertvm…….. EXPERTVM
ghignat……….. GIGNAT
estrvctvm……. EXSTRVCTVM
MCCCCLXXXXIII.. MCCCCXCIII
J………………………….I
Л …………………………..P